DIARIO – ARTE E CULTURA

MARGHERITA SARFATTI * L’arte come costruzione temporale

DANIS AUDINO  *  Roma 10 Luglio 2026

 

Margherita Sarfatti. L’arte come costruzione culturale

 

La storia dell’arte viene spesso raccontata attraverso i suoi grandi artisti. Più raramente ci si interroga su coloro che hanno contribuito a creare le condizioni culturali entro le quali quelle opere sono state riconosciute, sostenute e infine consegnate alla storia. Margherita Sarfatti appartiene a questa seconda categoria. Critica d’arte, organizzatrice culturale e promotrice del movimento Novecento Italiano, fu una delle figure più influenti del panorama artistico europeo tra gli anni Venti e i primi anni Trenta. La sua vicenda dimostra come il valore dell’arte non dipenda esclusivamente dal talento individuale, ma anche dalla capacità di mettere in relazione artisti, istituzioni, critica, collezionismo e politica culturale

Nata a Venezia nel 1880 in una famiglia ebraica dell’alta borghesia, si trasferì a Milano dopo il matrimonio con Cesare Sarfatti. La città lombarda divenne il centro della sua intensa attività intellettuale. Gli esordi si svolsero nell’ambiente socialista e nel giornalismo dell’«Avanti!», dove conobbe Benito Mussolini quando era ancora direttore del quotidiano. Il loro rapporto personale precedette la nascita del fascismo e proseguì negli anni successivi, ma ridurre il ruolo di Margherita Sarfatti alla sua vicinanza con Mussolini significherebbe non comprendere la natura del progetto culturale che ella elaborò con straordinaria autonomia.

Margherita Sarfatti (Public Domain Mario Nunes Vais Wikimedia Commons)

Nel 1922 promosse il gruppo Novecento Italiano, riunendo artisti assai diversi fra loro, come Mario Sironi, Achille Funi, Emilio Malerba, Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville e Adolfo Wildt. Ciò che li accomunava non era uno stile uniforme, bensì la ricerca di una moderna classicità: il recupero della costruzione plastica, del disegno e della grande tradizione italiana del Quattrocento e del Cinquecento, riletti alla luce della sensibilità contemporanea e in dialogo con il Rappel à l’ordre francese e la Neue Sachlichkeit tedesca.

La “moderna classicità” non rappresentava un nostalgico ritorno al passato. Al contrario, nasceva dalla convinzione che la tradizione potesse offrire gli strumenti per affrontare il presente. La classicità diventava così un metodo, una disciplina dello sguardo, capace di conferire stabilità formale e profondità culturale all’arte contemporanea senza rinunciare alla modernità.

Il successo del Novecento non fu soltanto artistico. Margherita Sarfatti costruì un articolato sistema di relazioni che comprendeva mostre, cataloghi, reti internazionali di gallerie, collezionisti, istituzioni culturali e contatti diplomatici. Le esposizioni organizzate a Buenos Aires, New York e in numerose capitali europee non diffusero soltanto le opere degli artisti del gruppo, ma contribuirono a definire una nuova immagine dell’arte italiana nel mondo. In questo senso la critica non si limitava a interpretare le opere: partecipava attivamente alla costruzione del loro riconoscimento pubblico e della loro fortuna storica.

È proprio questo aspetto che rende ancora oggi la figura di Margherita Sarfatti di particolare interesse. La sua esperienza mostra infatti come il sistema dell’arte non sia composto esclusivamente dagli artisti. Accanto all’opera agiscono una molteplicità di soggetti – critici, curatori, galleristi, istituzioni, collezionisti, editori e pubblico – che contribuiscono a creare l’ambiente entro il quale il valore artistico può essere riconosciuto, discusso e trasmesso.

Il panorama artistico italiano, tuttavia, era ben lontano dall’essere omogeneo. Accanto al Novecento operavano altri centri di elaborazione culturale. Emblematico è il caso di Valori Plastici, la rivista fondata da Mario Broglio, che tra il 1918 e il 1922 promosse anch’essa un ritorno alla solidità formale e alla tradizione figurativa. Pur condividendo alcuni riferimenti comuni, le due esperienze seguirono percorsi differenti. Valori Plastici rimase prevalentemente un laboratorio teorico e intellettuale; Margherita Sarfatti, invece, riuscì a trasformare quelle idee in un’organizzazione capace di coinvolgere artisti, esposizioni, istituzioni e pubblico, dando vita a una rete culturale di respiro internazionale

In questa prospettiva anche il rapporto tra arte e fascismo appare più complesso di quanto spesso venga rappresentato. Negli anni Venti e nei primi anni Trenta il regime non espresse infatti una linea estetica univoca. Convivevano orientamenti differenti, talvolta anche in aperta competizione, e il dibattito sul ruolo dell’arte rimase a lungo aperto. Un fenomeno analogo si osservò nella Germania nazionalsocialista, dove il confronto tra Joseph Goebbels e Alfred Rosenberg testimonia come la definizione dell’arte ufficiale sia stata il risultato di un processo conflittuale prima di consolidarsi nella seconda metà degli anni Trenta.

Gian Emilio Malerba Maschere ( Public Domain Wikimedia Common)

La peculiarità italiana risiede proprio nel fatto che, per uasi un decennio, una critica d’arte esercitò un ruolo di mediazione culturale straordinariamente ampio, contribuendo a orientare il gusto, la politica espositiva e la proiezione internazionale dell’arte nazionale. L’influenza di Margherita Sarfatti non derivava da un’autorità istituzionale, ma dalla capacità di costruire consenso intorno a un progetto culturale, mettendo in relazione artisti, intellettuali, collezionisti e istituzioni.

Con il progressivo mutamento del regime, soprattutto a partire dalla metà degli anni Trenta, anche questo equilibrio iniziò a cambiare. L’attenzione si spostò sempre più verso una rappresentazione monumentale dello Stato, sostenuta dalla committenza pubblica, dall’architettura e dai grandi programmi decorativi. In questo nuovo contesto diminuì progressivamente lo spazio di quella mediazione critica che aveva caratterizzato il decennio precedente.

 

Il Colosseo Quadrato (Public Domain Wikimedia Commons)

La vicenda di Mario Sironi rappresenta efficacemente questa trasformazione. La sua ricerca artistica si orientò sempre più verso i grandi cicli murali destinati agli edifici pubblici, segnando il passaggio da un sistema nel quale la critica aveva svolto un ruolo determinante a uno nel quale la committenza statale assumeva un peso crescente nella definizione delle politiche artistiche.

Anche la posizione personale di Margherita Sarfatti si indebolì progressivamente. Il mutamento del clima culturale ridusse l’influenza del progetto che aveva promosso negli anni Venti e, con le leggi razziali del 1938, la sua esclusione dalla vita pubblica italiana divenne inevitabile. Costretta all’esilio in Sud America, vide interrompersi una delle esperienze più significative della critica d’arte europea del Novecento.

Quando tornò in Italia dopo la guerra trovò un panorama profondamente mutato. Le nuove generazioni percorrevano strade differenti e il dibattito artistico si sviluppava ormai su presupposti completamente nuovi. Tuttavia la sua esperienza conserva ancora oggi un valore che va oltre la vicenda biografica.

Margherita Sarfatti dimostra infatti che l’arte non si sviluppa mai in isolamento. Ogni stagione artistica nasce all’interno di una rete di relazioni nella quale dialogano artisti, critici, galleristi, istituzioni, collezionisti, mercato, committenza e società. Alcuni di questi soggetti producono le opere; altri ne favoriscono la circolazione, l’interpretazione, la conservazione e il riconoscimento. Nessuno, da solo, è sufficiente a spiegare la formazione del valore artistico.

È proprio in questa prospettiva che l’esperienza di Margherita Sarfatti acquista un significato che supera il suo tempo. Il suo lavoro mostra come il valore culturale non sia il risultato di un semplice meccanismo di mercato, né esclusivamente dell’ispirazione individuale dell’artista. Esso prende forma all’interno di un sistema complesso di relazioni, nel quale idee, opere, istituzioni e persone interagiscono continuamente.

 

In Apertura:  Wildt, Margherita Sarfatti, 1930 (coll. priv.) 03.jpg (Creative Commons Attribution 3.0 Wikimedia Commons)

 

Note:

  1. Il Novecento Italiano fu promosso da Margherita Sarfatti nel 1922 come progetto di rinnovamento della tradizione figurativa italiana.
  2. Il Rappel à l’ordre indicò il ritorno alla misura classica nell’arte europea del primo dopoguerra.
  3. Valori Plastici (1918-1922), fondato da Mario Broglio, fu uno dei principali centri teorici del ritorno alla tradizione figurativa.
  4. La Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività) sviluppò in Germania una pittura di rigorosa rappresentazione della realtà.

Per approfondire

  • Margherita Sarfatti. La regina dell’arte nell’Italia fascista – Rachele Ferrario.
  • Storia della pittura moderna – Margherita Sarfatti.
  • Arte e fascismo – Emily Braun.Il Novecento – Elena Pontiggia.
  • Storia della critica d’arte – Lionello Venturi.
  • Valori Plastici (raccolta degli scritti della rivista).

 

 

 

 

 

 

Leave a comment