DIARIO – ARTE E CULTURA

LO STATO DELL’ARTE * LA CONOSCENZA È LIBERTÀ

 

SERGIO ANSUINI|ROMA, 3 APRILE 2026

In Mali, a Bamako quando ancora si poteva viaggiare nel Sahel, ho visitato il Musée National du Mali. Fondato nel 1953 quando il paese era una colonia della Francia è stato rifondato dopo l’indipendenza ed oggi che la Francia e l’”Occidente” sono stati cacciati assume una importanza particolare. Costituisce un’identità nazionale attraverso la cultura materiale e racconta un sistema di credenze, riti e strutture sociali. L’arte africana si sottrae dalla logica occidentale dell’”opera autonoma” e si conferma come arte-funzione inseparabile dal contesto. Il museo, uno dei più importanti dell’Africa occidentale possiede la forza dell’autenticità culturale. Le sue maschere e le sue opere possiedono una bellezza non formalista, ma relazionale e simbolica.

(Il Colosso del Museo Nazionale del Mali)

Come il Sahel anche altre parti del mondo sono off-limits per noi “Occidentali”. Il processo ad excludendum si estende. I soliti conformisti, custodi del vecchio politicamente corretto, hanno chiesto di estromettere dalla Biennale di Venezia non solo la Russia ed Israele, ma anche gli Stati Uniti! Viene alla fine da pensare che gli emarginati ed isolati, chiusi in un microcosmo autoreferenziale, finiscano per essere proprio loro

Il mondo da unipolare sta evolvendo in policentrista, ma siamo ancora nella “terra contesa” dove feroci azioni di sbarramento e violente spinte per l’appropriazione di spazi e risorse, determinano una conflittualità violenta ed estremamente pericolosa. La logica belligerante vuole che l’avversario sia un nemico abbrutito e senz’anima per poterlo identificare come il male assoluto. A questo paradigma si contrappone la centralità dell’Uomo e il Volksgeist. L’arte ci affratella e svela la nostra umanità legata al Dionisiaco e al “Cielo stellato”. L’arte ci può far capire che nell’”altro” la scintilla divina è presente ed illumina entrambi.

(Il collettivo Vojna)

A San Pietroburgo, in Russia, quando ancora si poteva viaggiare senza essere classificati come filo-aggressori, ho visitato l’Hermitage. L’arte nelle sue sale riempie di gioia e poi affacciarsi sulla Neva ghiacciata ci trasmette la profonda spiritualità della storia e dell’anima russa.  Approfondire e comprendere l’arte contemporanea russa dà una delle chiavi per capire come un popolo stia evolvendo in quest’epoca “di mezzo”.

Le mostre d’arte, a San Pietroburgo, sono significative per leggere una Società dove il collocamento internazionale e le tensioni ideologiche generano forme rinnovate di sperimentazione artistica.

La città, dove la vecchia architettura parla italiano, vive una dualità che genera le forme artistiche più interessanti. Da un lato è una città museo, custode della tradizione imperiale e accademica, dall’altra è un laboratorio in cui, interrogando il presente, attraverso una continua rilettura del passato, emergono le tensioni contemporanee.

L’Erarta è il più grande museo di arte contemporanea russo. Fondato nel 2010 a San Pietroburgo è un’istituzione privata. Indipendente da logiche statali ed accademiche non sfugge però a tensioni tra arte, ideologia e censura. Su una superficie di 12.000 mq. espone più di 2.800 opere e allestisce oltre  40 mostre temporanee l’anno. Non è un tradizionale museo, ma un dispositivo culturale ibrido dove coesistono collezione, galleria commerciale, spazio formativo e piattaforma educativa.

(Il Museo Erarta)

La sua programmazione dimostra come l’arte contemporanea russa continua, comunque, a trovare spazi di libertà. Le esposizioni temporanee spaziano dalla pittura alla videoarte, dal design alla moda. Le prossime mostre, oltre a presentare artisti emergenti, costruiscono narrazioni tematiche sull’identità post sovietica, l’ecologia, il corpo e la tecnologia. Questa, nella relazione tra l’umano e l’artificiale non viene celebrata, ma interrogata come dispositivo di controllo ed alienazione.

L’Arte contemporanea, a San Pietroburgo, pulsa in una rete di spazi indipendenti, spesso effimeri, che costituiscono il vero tessuto della sperimentazione artistica. Le mostre parlano di interdisciplinarietà radicale e di uso di media ibridi (suono-performance-istallazioni). Sfuggono alle logiche del mercato ed ai condizionamenti politici  e cercano soprattutto il coinvolgimento diretto del pubblico. Gli spettatori non sono più soggetti passivi, ma parte integrante del processo estetico in una dimensione immersiva.  Altro punto saliente è rappresentato dai progetti curatoriali emergenti come quelli di Sofya Simakova ed altri che ridefiniscono il ruolo del curatore come mediatore culturale e costruttore di comunità artistiche.

(Timur Novikov)

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